Abstract: I processi culturali sono il fulcro dei processi di globalizzazione culturale che conducono a una sempre maggior interconnetività globale a sua volta affiancata da opinioni divergenti circa il concetto di differenza culturale. Quest’ultimo concetto viene sviluppato tramite l’utilizzo di due paradigmi: il differenzialismo culturale di Samuel P. Huntington e l’ibridizzazione di Seyla Benhabib.Parole Chiave: Conflitto su faglie culturali, Decadimento occidentale, Costruttivismo Sociologico, Coscienza del Sé, UniversalismoPremessaI processi culturali possono essere identificati come una proto-globalizzazione culturali. Questi processi sono sempre esistiti, partendo dalla grande diffusione geografica dell’islam e del cristianesimo, fino ad arrivare alla creazione dei grandi imperi del mondo cinese, romano, greco; e infine allo sviluppo di fenomeni politici moderni, imperialismo, colonialismo. In questa epoca la cultura sta diventando progressivamente una cultura globale, sempre meno dominata dall’occidente, intesa come punto di partenza per una più equa partecipazione da parte degli occidentali a una più uniforme civilizzazione globale. Considerando la difficoltà nell’identificare una cultura globale, dovremmo dimostrare l’esistenza di processi di globalizzazione culturale che comportano una cultura globale dai molti volti. I fattori culturali nei processi di globalizzazione possono essere definiti come residuali (Wallerstein) o possono essere identificati come una relativa autonomia dalla cultura (Robertson). La globalizzazione culturale fa riferimento all’intensificazione e all’espansione dei flussi culturali in tutto il mondo. Gli scambi civilizzatori ad ampio raggio affondano le loro radici molto lontano dalla modernità, ma il volume di queste comunicazioni nell’ambito moderno ha superato di molto quello del passato. La crescente interconnettività a livello globale è affiancata da idee contrastanti circa quello che è il concetto di differenza culturale. La modernizzazione ha appianato diversità culturali e biologiche, portando alla luce numerosi profitti come la standardizzazione e la razionalizzazione, ma anche considerevoli perdite come l’alienazione la disillusione. Secondo una delle varie argomentazioni circa gli effetti della modernizzazione, oggi giorno si assiste a uno scontro di civiltà, dove le differenze culturali vengono viste come generatrici di rivalità e conflitti (Huntington, 1996). D’altra parte vi sono argomentazioni che ritengono la sempre crescente interconnettività globale come fautrice di una maggior standardizzazione e uniformazione culturale, sulla scia del consumismo; emblema di questo è la Mc Donaldizzazione. Una terza posizione ritiene come oggi sia in atto un processo di mescolamento o di ibridazione culturale che spazia attraverso luoghi e identità (Pieterse, 2005 ). Questa riflessione metateorica elucubrata da Pieterse identifica tre paradigmi circa le differenze culturali: il differenzialismo culturale, la convergenza culturale e l’ibridazione culturale; ciascuna delle quali indica precetti teorici che costituiscono paradigmi. Le tesi riguardanti il differenzialismo e la convergenza culturale hanno subito rinnovamenti come varietà del modernismo, mentre la prospettiva dell’ibridazione si ispira ad una sensibilità post-moderna teche identifica la cultura come facente parte di un viaggio. Questo porta a una più approfondita analisi di due delle forme che può assumere una cultura quando è globalizzata: il multiculturalismo a mosaico sostenuto da Huntington e l’interculturalismo portato avanti da Benhabib.Huntington: il conflitto di civiltà e l’ordine mondialeSamuel P. Huntington sviluppa il tema del conflitto fra le Grandi Civiltà e le barbarie, analizzando il mondo post 1989 col conseguente decadimento occidentale. Huntington, prima con «Foreign Affairs » (Huntington, 1993) e poi con The clash of Civilizations and the Remarking of World Order (1996), vuole fornire una chiara visione sul future geopolitico del pianeta nel nuovo millennio influenzando profondamente le discussioni di politica internazionale. Studioso delle scienze sociali, assume una posizione scettica circa il concetto di differenza culturale, in linea con la tesi portata avanti dal differenzialismo culturale. I fautori di questo assunto individuano una differenza duratura all’interno della quale il mondo subisce un mutamento, ma alcune dinamiche precedenti permangono.Tutti i popoli intenti a reinventare un vincolo di appartenenza etnica, secondo Huntington, devono prima focalizzarsi sulla ricerca di un nemico, visto come elemento imprescindibile per la ricerca dell’identità. Considerando questo emerge la centralità attribuita alla cultura e alle identità culturali, viste come cardini dei processi coesione, disgregazione e conflittualità peculiari del mondo dopo il 1990. Le civiltà sono identificabili come fenomeni plurali caratterizzanti di uno scenario politico mondiale multipolare che si discosta da alcuna ipotetica forma di civiltà universale.Nel mondo post-Guerra Fredda le distinzioni fra i popoli si creano su faglie culturali, piuttosto che su assunti ideologici e fenomeni economici o politici. Al contempo si ha un risveglio religioso in gran parte del mondo che acuisce ancora di più le differenze culturali, affiancato da un boom economico dell’Asia Orientale. Considerando questo appare inevitabile come i conflitti più profondi e con maggiori probabilità di degenerare in guerre globali siano quelli tra gruppi appartenenti ad entità culturali diverse. Huntington infatti vede sfere di civilizzazione come placche tettoniche le cui linee di faglie sono luoghi ad alto rischio di conflitto.Questo quadro politico mondiale dominato da interazioni fra stati e gruppi riconducibili a civiltà diverse è una semplificazione fondata su modelli. Partendo da Fukuyama (1989) propugnatore di una linea di pensiero parallela basata su tendenze sociali ed economiche di lungo periodo tese a plasmare una cultura universale, passando a Singer e Wildasky (1993) ideatori della divisione fra Zones of Peace eZones of Turmoil , transitando lungo la teoria realista che identifica gli stati come unici attori di rilievo della scena internazionale, giungendo infine al mondo dominato dall’anarchia. Queste semplificazioni sono tuttavia incompatibili fra loro e inducono a un’interpretazione del mondo sulla scia delle nove civiltà identificate da Huntington. Queste ultime sono entità di lungo periodo che attribuiscono alla religione, intesa come insieme di norme capaci di guidare i comportamenti degli individui, un ruolo prioritario. Sostenitore dell’eterogenizzazione, Huntington, identifica come nascita del multiculturalismo forte la caduta del muro di Berlino, seppur asserisce come l’evoluzione sia presente in tutte le culture, le quali affronteranno momenti di decadimento e disgregazione.Il progressivo declino della cultura occidentale, come corroborato da Spengler (1918-1923), affonda le sue radici in cause interne ed esterne che promuovono un processo di erosione. Il miraggio dell’immortalità , come definito da Toynbee (1934-1961), causato dall’attribuzione dello stato universale ad una civiltà; porta all’illusione di quella stessa società che la propria sia la forma ultima di società umana. Lo sviluppo occidentale, sempre stato conforme ai modelli evoluzionistici, sta ora deviando da questi a causa di minacce esterne provenienti da una rinascita islamica e da un dinamismo economico asiatico. Il decadimento occidentale, capeggiato da una riduzione del tasso di investimento (Quingley, 1961), confluisce in una fase di invasione, quando la civiltà si offre prostrata a invasori provenienti da una civiltà più giovane e potente. Ulteriori minacce all’evoluzione occidentale sono: l’aumento di comportamento antisociali, il decadimento dell’istituzione famiglia, il declino del capitale sociale, l’indebolimento dell’etica del lavoro e un minore impegno nei confronti della cultura. La futura prosperità dell’Occidente in larga misura dipenderà da come sarà in grado di affrontare queste criticità, in particolar modo le rivendicazioni di superiorità morale provenienti da musulmani e asiatici e dall’indebolimento del cristianesimo, prima visto come componente principale del mondo occidentale. In ultima analisi, come afferma il filosofo giapponese Umehara (1992), la dissoluzione dell’Unione Sovietica, non è altro che il precursore del crollo del liberismo occidentale.Considerando l’alto livello di conflittualità etnica, la fede occidentale come sostenitrice della validità universale della propria cultura è: immorale, falsa e pericolosa; come più volte Huntington ribadisce in The clash of Civilizations and the Remarking of World Order. La civiltà universale dovrebbe essere rilevante, non perché universale, ma come comprovato da Schlesinger Jr. (1992), perché unica.Il conflitto di civiltà può essere identificabile come un conflitto fra stati, dovuto al mutamento di equilibri fra varie civiltà e i rispettivi stati guida; o un conflitto di faglia, la cui escalation, in particolare circa un conflitto fra musulmani e non musulmani, potrebbe portare a una guerra su scala planetaria. Per promuovere l’ordine ed evitare lo scoppio di conflitti su scala mondiale è necessario il perseguimento della regola dell’astensione , la quale indica in che misura gli stati guida dovrebbero esimersi dall’intervenire in conflitti interni ad altre civiltà. Altra condizione imprescindibile è la regola della mediazione congiunta secondo cui gli stati guida negoziano fra loro al fine di contenere le guerre di comunità tra gruppi appartenenti alle rispettive civiltà. Ultima regola per il mantenimento della pace in uno scenario di civiltà composite è la regola delle comunanze . Quest’ultima esplicita il dovere dei popoli di tutte le civiltà di trasmettere valori, istituzioni e usanze condivise da popoli di altre civiltà.Emerge infine come nel vero scontro fra Civiltà e barbarie, le Grandi Civiltà sono destinate a rimanere unite o a perire, infatti secondo Huntigton la storia è un susseguirsi di civiltà e di conflitti fra queste; percepiti anche oggi come le maggiori minacce alla pace mondiale. Opinione contrastante è quella di Seyla Benhabib che, seppur condivida con Huntington l’affermazione di nuove forme di identità politica e culturale, promuove la rivendicazione dell’identità culturale e un dialogo fra culture.Benhabib: ibridizzazione e dialogo complesso fra cultureSe i conservatori sperano di scongiurare lo scontro di civiltà rafforzando le alleanze politiche per far si che i tentativi di colmare le fratture identitario-culturali non producano eterogeneità e confusione (Huntigton, 1996); Seyla Benhabib sostiene la prospettiva della sociologia riduzionista della cultura che condanna il dibattito contemporaneo basato su premesse epistemiche erronee. La politologa di Yale avvalla un modello di democrazia deliberativa che riconosce il massimo grado di con conflittualità culturale concernente la sfera pubblica; armonizzando, al contempo, l’universalismo morale e politico.La cultura, sempre stata segno di distinzione sociale, ha subito nel tempo vari mutamenti concettuali. Partendo dal periodo romantico dove, contrapposta alla civiltà, la cultura rappresentava valori peculiari di un popolo inteso come un’entità uniforme, passando per i totalitarismi dove viene contrassegnata come cultura di massa incapace di esprimere il genio collettivo di un popolo e propugnatrice di una illusoriapromessa du bonheur (Adorno, 1969). Nei dibattiti odierni circa il concetto di cultura prevale l’interpretazione egualitaria mutuata dall’antropologia sociale che identifica la cultura come una totalità di pratiche di significazione e sistemi sociali dotati di una logica propria, sempre più spesso associata al concetto di identità. Consegue che oggi gruppo umano possieda una particolare cultura della quale possano essere identificati i confini.Benhabib asserisce l’importanza della distinzione fra il punto di vista dell’osservatore sociale e dell’agente sociale, identificata come fulcro di un’analisi delle culture empiricamente o normativamente orientata.A causa della duplice ermeneutica attraverso la quale le azioni prendono forma, vi è una identificazione dell’atto attraverso la parola e un atteggiamento valutativo degli attori verso i propri atti che conducono conseguentemente a una presentazione della cultura attraverso descrizioni narrative controverse.Il costruttivismo sociologico esorta Benhabib a considerare il multiculturalismo forte come errato sia sul piano normativo che empirico in quanto questo utilizza una metafora visiva che dota le culture umane di confini stabili anziché una metafora acustica. Quest’ultima, sostenuta dalla politologa, identifica le culture come creazioni ininterrotte degli immaginari confini fra Sé e l’altro. Complessa appare l’accettazione e il riconoscimento della parità dell’altro che potrebbe essere annoverata solo da istituzioni pubbliche imparziali. Benhabib, corroborando la tesi di Habermas, attesta come gli assetti istituzionali possano essere considerati validi solo se tutti coloro che saranno investiti dai loro effetti, possano compartecipare al processo pratico di adozione delle norme. Codeste vengono legittimate tramite i discorsi, etici, pratici e politico-pragmatici che costituiscono procedure di validazione ricorsiva. Riconsiderando l’etica del discorso di Habernas e ampliandone i modelli a dilemmi del multiculturalismo; Benhabib compone il concetto di universalismo interattivo, teoria che identifica tutti gli esseri morali come potenziali interlocutori morali di una conversazione, all’interno della quale è possibile palesare l’identità altrui solo attraverso le narrazioni con cui questi identifica se stesso.La partecipazione attiva alle reti di interlocuzione implica la presa di coscienza del Sé che, come afferma Spence (1987) analizzando il rapporto che intercorre fra questo e la narrazione: “Il linguaggio […] offre un congegno per collocare sé stessi nel mondo […] stabilisce con molta probabilità il modo in cui l’esperienza verrà tesaurizzata.”Prendendo in esame i dilemmi del multiculturalismo, la ricercatrice afferma come i paesi con alle spalle tradizioni pluraliste possano essere con un modello universalista di democrazia deliberativa purchè rispettino la reciprocità egualitaria, l’autoascrizione volontaria e la libertà di uscita e di associazione; visti come essenziali per il perseguimento, da parte di uno stato liberaldemocratico, di obbiettivi di diversità culturale e parità democratica non ledendo le culture minoritarie.Al fine di comprendere se l’universalismo sia o meno etnocentrico, Benhabib compie un’analisi circa i connotati dell’universalismo nel dibattito filosofico contemporaneo arrivando alle stesse conclusioni tratte da Rawls e Derrida che cercano di distinguere l’universalismo dall’essenzialismo, dimostrando come il primo possa essere politico senza essere metafisico. All’interno del dibattito tra universalismo e relativismo abbiamo diverse visioni, quali quella di Lyotard che parla dell’impossibilità di assoggettare regimi frasali eterogenei a una legge comune e che indentifica il relativismo culturale come un solo aspetto del problema dell’incommensurabilità; e quella di Rorty che propugna una surrogazione dei termini universalismo e relativismo.Benhabib, analizzando il concetto di cultura e mettendo al centro la metafora acustica per interpretare il dialogo complesso tra culture, pone in evidenza come la condizione globale attuale sia contraddistinta dall’emergere di nuove forme di identità politica che accrescono plurisecolari tensioni tra principi universalisticiConclusioniLa nascita di nuove forme di identità politica e cultura è alla base della divergenza di posizioni fra Benhabib e Huntington. Da un lato Huntington ritiene la storia come un susseguirsi di conflitti lungo le principali linee di faglia culturali che possono essere contenuti solo grazie all’adozione di una politica di non ingerenza. D’altra parte la politologa di Yale, utilizzando la metafora acustica, interpreta al meglio il dialogo che intercorre fra le nuove forme identitarie.In linea con l’analisi redatta da Huntington, ritengo che le culture siano identificabili come cardini dei processi di coesione e disgregazione del mondo dopo la caduta del muro di Berlino, piuttosto che mere creazioni di immaginari confini fra il Sé e l’altro, dove la prese di coscienza del Sé viene portata a compimento solo grazie alla partecipazione attiva a reti di interlocuzione. Condividendo con Benhabib la necessità di identificare “l’altro”, Huntigton reputa l’identificazione di un numero come elemento imprescindibile per la creazione di una identità culturale. Approvando questa visione sostenuta dal multiculturalismo a mosaico e il risveglio religioso mondiale come causa dell’acutizzazione delle differenze identitarie, appare inevitabile l’assegnazione alla religione di un ruolo prioritario come complice del disgregamento e contemporaneo declino dell’Occidente. Considerando questo la caduta dell’Unione Sovietica viene vista come un’anticipazione di quello che accadrà a tutti i paesi occidentali, come affermato dal giapponese Umehara, che hanno la pretesa di creare una civiltà universale. Questa ostentazione della fede occidentale reputo debba essere ridimensionata in linea con Huntington, che la identifica come ipotetica causa di inasprimento del conflitto, e con Schlesinger Jr. Quest’ultimo infatti riconosce l’importanza della cultura occidentale vista come unicum mondiale , la quale valuto che dovrebbe essere orientata a un precetto di non ingerenza verso l’esterno, in linea con la politica della tolleranza.BibliografiaAdorno W.T. 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